Kamikaze Girl di Nakashima Tetsuya
Una ragazza corre all’impazzata cavalcando uno scooter. Non fermandosi ad un incrocio, viene travolta da un camioncino. Sbalzata in aria esprime allora il suo ultimo desiderio... Molte storie finirebbero così, ed invece questo è l’inizio di un folle e divertente film. La pellicola si sviluppa infatti partendo dal desiderio pre-mortem della giovane per ripercorrere, attraverso un lungo flashback, l’ultimo anno della sua vita.
Momoko (Kyoko Fukada) è una graziosa ragazza giapponese di Shimotsuma (città di provincia presso Ibaraki), che vive con una nonna alquanto stramba e con il padre – boss mancato della Yakuza e commerciante di capi di abbigliamento contraffatti – ed ama vestire secondo la moda delle ‘lolita’, tendenza tipicamente nipponica caratterizzata da vistosi abiti, tutti pizzi, merletti e nastrini colorati, ispirata al periodo vittoriano rococò. Quando l’attività del padre fallisce, Momoko decide di vendere su internet i capi di magazzino rimasti per spenderne il ricavato nei vestiti da bambola che tanto adora, del costoso negozio “Baby, the stars shine bright” di Tokyo. È così che conosce Ichiko (Anna Tsuchiya), una coetanea ribelle e sboccatissima, appartenente alla gang di motocicliste ‘Ponytails’, e che invece è interessata ai capi taroccati di Versace. Momoko e Ichiko non potrebbero essere più diverse: solitaria, stralunata e legata ad un immaginario mondo settecentesco la prima, mascolina, violenta e graffiante la seconda. Eppure tra le due nascerà una bizzarra amicizia che le porterà in una sarabanda di colorate avventure.
Azzeccata la scelta del cast, soprattutto per quel che attiene le protagoniste: brava Kyoko Fukada (‘Dolls’), già notissima idol, incarna qui perfettamente le fattezze della ragazza sognatrice. Tra svenimenti settecenteschi, uscite al bar con in cuffia Strauss, e le posture e gli atteggiamenti di chi cerca di essere sempre una spanna sopra tutto e tutti, senza mai riuscirci, Fukada appare incredibilmente stucchevole, simpatica e piacevole quanto una bambola in un mondo che non è il suo. Nota di merito anche ad Anna Tsuchiya, nell’interpretare il ruolo non così immediato della ‘riot girl’; ragazza ribelle, violenta, irrispettosa, ma in realtà costantemente alla ricerca di amicizia e confronto con gli altri.
Nakashima ha saputo raccontare una storia non scontata né banale che, sotto le sue immagini plastificate e deliziosamente kitsch, sa cogliere l’essenza dell’essere e dell’apparire senza cadere nel fazioso né nel pedante. Dunque non il solito e banale veicolo pubblicitario per la cantante protagonista, giacché sotto la sua patina di commedia surreale apparentemente diretta al solo intrattenimento, troviamo una godibile riflessione su molti temi legati alla società nipponica contemporanea, quali il disagio giovanile, la difficoltà nei rapporti familiari, il lavoro che genera alienazione, la massificazione dell’individuo. Un contesto dove forse la realtà più vera e vissuta con maggiore coerenza è proprio quella di Momoko, che non ha paura a vestire con merletti e nastrini di fronte ai suoi coetanei e porta avanti con coraggio il suo universo di sogno.
Il filone a cui può essere assimiliato questo titolo è quello della sterminata cultura dei manga.
Immerso in una fotografia shocking, accesa e plastificata, il titolo orienta interamente all'intrattenimento un ritratto iperbolico di manie e follie di massa, rendendo l'aspetto satirico assolutamente funzionale alla condotta fresca e schizzata. Divertimento assicurato!
Ultimi commenti